Dante Alighieri: la divina avventura “sotto il velame delli versi strani”

di Diego Sardone – Dante Alighieri, o semplicemente Dante, battezzato come Durante, nacque a Firenze tra il 22 maggio ed il 15 luglio 1265 e morì a Ravenna il 14 settembre 1321.

È stato un poeta, scrittore e politico italiano. Considerato il padre della lingua italiana, è l’autore della Comedìa, divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande opera scritta in italiano e uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale.

È conosciuto come il Sommo Poeta, o, per antonomasia, il Poeta.

Non ci dilunghiamo sulle vicende della sua vita, del resto nota a moltissimi dei presenti, che potrebbe essere oggetto di trattazione più qualificata da parte di insegnanti di lettere.

Ci limiteremo – in questa conversazione – ad esaminare soltanto uno degli aspetti del suo pensiero, uno fra i suoi molteplici interessi: quello che attiene al mondo esoterico ed iniziatico. Tra le tante citazioni che si usa trarre dalle sue opere, una ci viene proposta assai spesso:

«O voi ch’avete l’intelletti sani

Mirate la dottrina che s’asconde

Sotto il velame delli versi strani!»

(Inf. IX, 61-63)

Ed è questa esortazione del Poeta che stasera noi vorremmo accogliere e far nostra, sforzandoci di illustrare alcuni degli argomenti che il Poeta desidera proporci in maniera nascosta, coperta da racconti o considerazioni apparentemente di superficiale o comunissima significazione.

D’altra parte, il Poeta ci aveva anche avvertiti, quando, nel Convito (t. 2°, cap. 1°), dichiara che tutte le scritture, e non solo quelle sacre: « si possono intendere e debbonsi sponere massimamente per quattro sensi ».

È evidente, d’altronde, che questi diversi significati non possono, in nessun caso, distruggersi od opporsi tra loro, ma debbono invece completarsi ed armonizzarsi come le parti di uno stesso tutto, come gli elementi costitutivi di una sintesi unica.

Pertanto, che la Divina Commedia, nel suo insieme, possa interpretarsi in più sensi, è una cosa che non possa essere messa in dubbio, poiché abbiamo, a tal riguardo, proprio la testimonianza del suo autore, sicuramente meglio qualificato di ogni altro per informarci sulle sue intenzioni.

La difficoltà comincia solamente quando si tratta di determinare questi diversi significati, soprattutto i più elevati o i più profondi, e, anche a tale riguardo, cominciano le divergenze di vedute fra i diversi commentatori.

Essi si trovano, generalmente, d’accordo nel riconoscere, sotto il senso letterale del racconto poetico, un senso filosofico, o piuttosto filosofico-teologico, ed anche un senso politico e sociale; ma, con il senso letterale stesso, non si arriva così che a tre sensi, e Dante ci avverte di cercarne quattro; quale è dunque questo quarto senso”

Secondo noi, non può essere altro che un senso iniziatico, metafisico nella sua essenza, ed al quale si riallacciano molteplici dati, i quali, senza essere tutti di ordine puramente metafisico, presentano comunque un carattere tipicamente esoterico. Ed è proprio in ragione di questo carattere che un tale senso profondo è completamente sfuggito alla maggior parte dei commentatori; e, tuttavia, se viene ignorato o misconosciuto, gli altri sensi possono essere afferrati solo parzialmente, poiché esso è come il loro principio, nel quale la molteplicità degli altri sensi si coordina e si unifica.

Ma, dove possiamo trovare i motivi di questo senso iniziatico o esoterico in Dante Alighieri”

Chiaramente non ci è consentito, in ragione del poco tempo che ci è concesso, di esaminare in maniera completa l’argomento, ma salteremo da un ramo all’altro di questo gigantesco e complesso albero, per cogliere piccoli frutti, ossia brevi accenni o piccoli brani, che ci indirizzino alla conoscenza ed all’appro-fondimento di questo importantissimo aspetto della vita e dell’opera del nostro grande Poeta nazionale.

Intanto vogliamo premettere che la fede politica di Dante anticipa di circa otto secoli l’attuale fede europeistica, intesa non solo come “federazione” ma addirittura come “unico stato federale”. Inquadrata nel suo tempo, questa dottrina si esprime nell’invocazione del sopravvento dell’Impero. Non è esplicitamente detto, in considerazioni dei tempi e delle condizioni politiche intorno alla Toscana, ma l’idea dell’impero è chiaramente contrastante con il potere temporale della Chiesa, cioè dello Stato Pontificio. Vedremo più avanti i motivi per i quali questa aspirazione non era esplicita.

Ma, in concomitanza all’idea dell’impero, si auspicava la realizzazione di una struttura politica che permettesse una maggiore liberalizzazione, il riconoscimento di una maggiore dignità per gli individui, l’attenuazione, se non proprio l’abolizione, degli assolutismi monarchici dei singoli stati.

Certamente, erano concetti ancora embrionali, non ben definiti; ma la generica esaltazione degli uomini di valore, soprattutto nel campo culturale, umanistico, artistico, ed assai meno nel dominio della politica e del governo degli stati, indirizza l’attenzione del lettore verso un modo di vivere in cui lo “stato” non è il monarca, concetto che perdurerà generalizzato fino a tutto il XVIII secolo, ma il complesso delle persone che vivono, lavorano e si esprimono in ciascun territorio, le quali, in una concezione di tipo universale (almeno per quei tempi) vengano accomunate sotto lo scettro, certamente costituzionale, dell’impero.

La dignità dell’uomo implica la sua “libertà”. Concetto antelucano, nella politica del tempo, ma che aveva visto i suoi primi bagliori proprio con la politica dei Templari, che erano arrivati ad emanciparsi dalla soggezione ad un singolo monarca, anche se non avevano ancora proposto concretamente una forma imperiale federale, come concepita dai Fedeli d’Amore.

O forse è quello che noi sappiamo, mentre proprio la concezione dei Fedeli d’Amore, che dai Templari sembrerebbero discendere, farebbe propendere che proprio da essi Templari derivi la concezione politica dei settari italiani, i quali, più per questa concezione libertaria che per la loro effettiva ostilità allo Stato Pontificio, temevano le ire del Papato e, quindi, l’eventuale azione della Santa Inquisizione.

Tutta questa manifestazione politica del nostro grande Poeta si identifica con quella dei Fedeli d’Amore.

Dante appartenne alla società dei Fedeli d’Amore, in cui sono da sottolineare sia il termine riferito alla Fede, sia il sostantivo Amore che apparentemente possono riferirsi a significati comunissimi, benché non di bassa lega, ma possono anche avere, come crediamo, significati allegorici e simbolici di gran lunga più consistenti.

Nel Museo di Vienna si trovano due medaglie di cui una rappresenta Dante e l’altra il pittore Pietro da Pisa; ambedue portano, sul rovescio, le lettere F. S. K. I. P. F. T., che Aroux interpreta nel modo seguente: Frater Sacrae Kadosh, Imperialis Principatus, Frater Templarius.

Per le prime tre lettere, questa interpretazione è palesemente scorretta e non dà un senso intelligibile; pensiamo, con René Guénon, che bisogna leggere Fidei Sanctae Kadosh. Così, poi, prosegue Guénon: “L’associazione della Fede Santa, di cui Dante sembra essere stato uno dei capi, era un Terz’Ordine di filiazione templare, il che giustificava l’appellativo di Frater Templarius; ed i suoi dignitari portavano il titolo di Kadosh, termine ebraico che significa « santo » o « consacrato », e che si è conservato fino ai nostri giorni negli alti gradi della Massoneria.”

E questo fatto spiegherebbe la scelta come guida, per la conclusione del suo viaggio nei Cieli, di San Bernardo, autore della regola dell’Ordine del Tempio, che in uno dei versi del Paradiso è qualificato col termine con-templante, di cui è ovvio il doppio senso, cioè che contempla la Rosa Mistica e che sta con il Tempio.

Certamente complessa è la questione dei Fedeli d’Amore, che coinvolge, una particolare interpretazione, della poesia di Dante e del dolce stil nuovo, per molti versi nuova e diversa da quella esposta nei testi di letteratura italiana. Nessuno di questi testi ne tratta e nessun dizionario enciclopedico, per quel che ci risulta, ha una voce per i Fedeli d’Amore, pur avendoli Dante più volte ed esplicitamente nominati.

Ma da oltre un secolo, e cioè dal tempo degli studi danteschi di Gabriele Rossetti, l’eminente patriota e poeta del Risorgimento (spesso confuso – non sempre in buona fede – col più noto dei suoi figli, Dante Gabriele), ogni generazione ha avuto il suo autorevole e convinto assertore dei Fedeli d’Amore.

Citiamo, tra i più autorevoli, Luigi Valli ed il meno noto, ma ugualmente eminente, Mario Alessandrini. Il primo, autore di un introvabile volume dal titolo Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, apparso in Roma nell’anno 1928, ed il secondo, autore dell’opera Dante Fedele d’Amore, edito dall’Atanòr di Roma nel 1960, ristampato, poco tempo fa, dalle edizioni C.R.E.O.

Quest’ultimo analizza nel dettaglio non solo il gergo segreto di questa “carboneria medioevale”, come lui stesso la definisce, ma ne ricostruisce le segrete significazioni delle opere, studiando anche le interpretazioni dei contemporanei o degli immediati successori non solo del nostro Poeta, ma anche dei suoi “amici” o “complici” (secondo i punti di vista), compartecipi della setta avente, come già detto, finalità sia politiche che filosofico-teologiche.

Nel XXV canto del Purgatorio (sesta cornice, dei golosi), alla richiesta di Bonagiunta da Lucca se fosse lui, Dante, l’iniziatore del “dolce stil nuovo, con il sonetto che inizia con:

“Donne ch’avete intelletto d’Amore…”

Dante risponde con la celebre terzina:

“…Io mi son un, che quando

Amor mi spira, noto, ed a quel modo

che ditta dentro, vo significando.”

L’Alessandrini, nella sua dotta indagine, riporta i commenti fatti, intorno a questi versi, dal Petrarca e dal Carducci, ma personalmente conclude con l’attri-buzione di ogni espressione dantesca che fa riferimento ad “Amore”, a “donna”, e ad altri termini (d’uso comune per noi, di gergo per Dante), alla “società segreta” dei Fedeli d’Amore, individuandone il capo fiorentino in Guido Cavalcanti, il quale detta chiaramente le regole di comportamento degli affiliati, anche se pure lui si esprime con parole del gergo, nel sonetto:

Otto comandamenti fece Amore

a ciascun gentil core innamorato:

lo primo che cortese in ciascun lato

sia, e il secondo largo a tutte l’ore.

Non amar donna altrui è il terzo onore,

religïon guarda dal quarto lato:

ben provveder di porres’in su grato

è il quinto, che de’ l’omo avere in core.

Or lo sesto è cortese, al mio parere:

che d’esser credenzier fermo comanda.

Col sette a presso onoranza tenere

a l’amorose donne con piacere;

donandoci poi l’otto per vivanda

che ardimento ci dobbiamo avere.

Non è una divagazione dal tema impostoci, se commentiamo, con l’Alessandrini, questi otto comandamenti del sonetto di Guido Cavalcanti.

“Non sono che otto i precetti di questo singolare galateo, in cui ricorre per due volte il termine cortese, usato forse nel senso originario della parola, cioè ‘di corte’. Se generico è, infatti, il primo comandamento, che può tradursi nei termini consueti della cortesia verso tutti, è ben difficile considerarlo tale, quando ci dice che il sesto comandamento ‘è cortese al mi parere’: perché si tratta di essere fermo credenziere, e cioè di tenere il segreto.

E un precetto di questa natura non ha evidentemente nulla a che fare con la consueta cortesia, ma fa subito ricorrere col pensiero alla riservatezza richiesta agli uomini di corte.

Comunque, cortesia e generosità sono i primi due comandamenti impartiti ai Fedeli d’Amore. In quel periodo di vacanza dell’Impero, asperrima è la lotta, e solo la piena solidarietà fra gli adepti poteva metterli al riparo dalle previste persecuzioni. Non a caso, una delle più accorate e mal comprese canzoni di Dante: Doglia mi reca ne lo core ardire, che altro non è che un violento attacco contro l’avarizia dei capi.

E lo stesso amaro pensiero ritroviamo sarcasticamente espresso in quel sonetto di Cino da Pistoia, che s’inizia col verso: Cercando di trovar miniera in oro, e si ritiene indirizzato a Morello Malaspina.

Per questo Guido Cavalcanti pone fra i primi comandamenti quello di essere largo a tutte l’ore, perché nelle difficili condizioni in cui debbono vivere quegli esuli, il bisogno può sopravvenire nei momenti più impensati.

Il terzo precetto è il più limpido di tutti, perché perfino il termine donna è usato in senso proprio. È l’esatta traduzione del corrispondente precetto evangelico, e non può suggerire altro che una riflessione: che se dovessimo prendere alla lettera tutti gli amori dei poeti del dolce stil nuovo, tutti, a cominciare da Dante, avrebbero scandalosamente contravvenuto a questo elementarissimo precetto, indispensabile per la pacifica convivenza e collaborazione fra tutti i Fedeli.”

Interrompo per un attimo il commento dell’Ales-sandrini, per aggiungere una mia riflessione. A mio parere, nel gergo dei Fedeli d’Amore, il termine “donna” va riferito al gruppo locale della setta, a quella che oggi chiameremmo, con termine massonico, la Loggia di uno specifico Oriente, allora il comandamento può intendersi nel senso che ogni affiliato alla setta non può comportarsi male nei confronti di un gruppo (o una Loggia) diverso dal proprio, fermo restando che, ancor meno, può comportarsi male nei confronti del proprio. Ma è una mia opinione.

Riprendiamo il commento dell’Alessandrini.

“Di molto maggior interesse, ed, anzi, forse fra i più importanti e significativi di tutti i comandamenti, possono considerarsi i due che riguardano la religione: il quarto e il quinto. Con il quarto si raccomanda ai Fedeli di guardare la religione, cioè di osservarne le pratiche, nell’intento, come si precisa col quinto, di accaparrarsi la stima dei religiosi, al punto da farsi ritenere dei fedeli osservanti. Con una Inquisizione di fronte, in piena e incontrollata attività, si faceva presto ad incappare in un’accusa di eresia. Non restava che fingere una devozione tutta formale ed esteriore, se non si voleva cadere in sospetto della Chiesa.”

Esuliamo qui dalla trattazione dei tanti argomenti di altissimo valore scientifico contenuti nelle opere dantesche: non solo di teologia e filosofia, ma anche di astronomia e di astrologia, di cabala e di esoterismo orientale e medio-orientale, di numerologia, di alchimia, di magia, ed altri ancora

Nelle opere di Dante, sia in prosa che in poesia, tutti questi concetti dei quali abbiamo brevemente ed insufficientemente fatto menzione, sono ampiamente trattati e sviluppati, ma la necessità dei suoi tempi lo costringeva ad usare un linguaggio ermetico, segreto, diciamo anche esoterico, onde potere diffondere le sue idee ed evitare di incorrere nell’ostilità dei potenti, sia politici che religiosi.

Ciò non toglie che, nelle sue opere, ed in particolare nella sua Comedìa, si incontrino brani di altissimo lirismo, in tutto o in parte al di fuori ed al di sopra delle varie concezioni politiche, filosofiche e teologiche.

Il primo esempio è proprio nel prologo, nel primo canto dell’Inferno, che prelude a tutto il viaggio iniziatico raccontato nei novantanove canti che costituiscono le tre cantiche dell’opera.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

Mi ritrovai per una selva oscura,

Ché la diritta via era smarrita.

E quanto a dir qual era è cosa dura

Esta selva, selvaggia e aspra e forte,

Che nel pensier rinnova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

Ma, per trattar del ben ch’io vi trovai,

Dirò dell’altre cose ch’io v’ho scorte.

I’ non so ben ridir com’io v’entrai.

Tanto era pien di sonno in su quel punto

Che la verace via abbandonai.

Ma non è infrequente imbattersi in brani che, almeno nei tempi passati, i nostri insegnanti di lettere ci facevano imparare a memoria, affinché fossero, per gli allievi, fonte di cultura e di sensibilità poetica non meno che palestra per l’esercizio ginnico delle nostre qualità mnemoniche.

Tra quelli più graditi agli allievi, desidero rievocarne qualcuno, approfittando della magistrale recitazione del nostro carissimo e bravissimo Franco Gargìa. Prendiamo, per esempio, l’episodio di Paolo e Francesca, episodio costretto dalla morale alle pene dell’inferno ma che, forse anche per questo, suscita nei lettori grande tenerezza e simpatia verso questi due amanti, maledetti da Dio ed esaltati dal Poeta.

Io cominciai: « Poeta, volentieri

Parlerei a que’ due che insieme vanno,

E paion sì al vento esser leggieri. »

Ed egli a me: « Vedrai quando saranno

Più presso a noi; e tu allor li prega

Per quell’amor che i mena, e quei verranno. »

Sì tosto come il vento a noi li piega

Mossi la voce: « O anime affannate,

Venite a noi parlar, s’altri nol niega! »

Quali colombe dal disìo chiamate,

Con l’ali alzate e ferme, al dolce nido

Vengon per l’aere dal voler portate;

Cotali uscir dalla schiera ov’è Dido,

A noi venendo per l’aer maligno;

Sì forte fu l’affettuoso grido.

« O animal grazioso e benigno,

Che visitando vai per l’aer perso

Noi che tingemmo il mondo di sanguigno;

Se fosse amico il re dell’universo,

Noi pregheremmo lui per la tua pace,

Poi che hai pietà del nostro mal perverso. »

Desidero sottolineare l’apparente contraddizione, altamente poetica, delle parole di Francesca: un’anima dannata per l’eternità all’inferno, che sente ed esprime gratitudine per i sentimenti di affetto e tenerezza del Poeta, dichiarandosi disponibile a pregare, in favore del Poeta, quel Dio che condanna lei ed il suo amante, sol che Egli fosse “amico”, quasi desiderosa di poterLo avere “amico”, magari solo per qualche istante, sufficiente a poterLo pregare per la pace di Dante. Concetto certamente assurdo, ma pregno di una sensibilità umana insuperabile.

E Francesca prosegue:

Di quel che udire e che parlar ti piace

Noi udiremo e parleremo a vui,

Mentre che il vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui,

Su la marina dove il Po discende

Per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, che al cor gentil ratto s’apprende,

Prese costui della bella persona

Che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende.

Amor che a nullo amato amar perdona,

Mi prese del costui piacer sì forte,

Che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi vita ci spense. »

Queste parole da lor ci fur porte.

Da che io intesi quelle anime offense,

Chinai il viso, e tanto il tenni basso,

Fin che il poeta mi disse: « Che pense” »

Quando rispuosi, cominciai: « Oh lasso!

Quanti dolci pensier, quanto disìo

Menò costoro al doloroso passo! »

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io.

E cominciai: « Francesca, i tuoi martìri

A lacrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,

A che e come concedette Amore

Che conosceste i dubbiosi desiri” »

Ed ella a me: « Nessun maggior dolore

Che ricordarsi del tempo felice

Nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.

Ma se a conoscer la prima radice

Del nostro amor tu hai cotanto affetto,

Farò come colui che piange e dice.

Noi leggevamo un giorno per diletto

Di Lancillotto, come amor lo strinse;

Soli eravamo e senza alcun sospetto.

Per più fïate gli occhi ci sospinse

Quella lettura, e scolorocci il viso;

Ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso

Esser baciato da cotanto amante,

Questi, che mai da me non fia diviso,

La bocca mi baciò tutto tremante.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse!

Quel giorno più non vi leggemmo avante. »

Mentre che l’uno spirto questo disse,

L’altro piangeva, sì che di pietade

Io venni men così com’io morisse;

E caddi come corpo morto cade.

Bellissima pagina romantica. Senz’altro. Non vorremmo turbarne la grandezza poetica.

Ma…

Ma un leggero dubbio, conoscendo Dante, può affacciarsi alla nostra mente: quell’amore di cui parla Francesca, la cui storia è altrimenti documentata e tutt’ora argomento di interesse per i turisti che visitano il Castello di Gradara, è solo l’amore tra un uomo e una donna che li travolge carnalmente fino all’estremo sacrificio, cioè l’uccisione da parte di Gianciotto Malatesta, marito tradito di lei e fratello dell’amante Paolo”

Forse Dante approfitta dell’episodio storico per lanciare un altro messaggio ai compagni di Fede per rimarcare che l’Amore (inteso nel senso proprio dei Fedeli d’Amore), se ci conduce al di fuori dei confini del giuramento pronunciato, può provocare grandi tragedie, come la vendetta della “parte lesa”, cioè la setta (o magari solo il gruppo locale) tradito da una defezione o da uno sconfinamento. Potrebbe anche essere, no”

Prendiamo, per esempio, quel meraviglioso verso diventato anche proverbiale:

“Amor che a nullo amato amar perdona”.

Potremmo, magari, interpretarlo come un severo monito ai seguaci della setta, nel senso che “amore” – cioè la setta stesssa – a nessuno dei propri affiliati – “a nullo amato” – permette di non esserle fedele – “amar perdona”.

D’altra parte, ci capita di ritrovarci di fronte a tanti canti amorosi, sonetti e non, che sembrano decantare qualità di bellezza e grazia femminile e che, ben analizzati, sono dei veri e propri messaggi in gergo. Ed essi spiegano anche l’errore di attribuire a Dante una sequela di donne, conquistate o meno, che invece hanno solo valore simbolico di personaggi appartenenti alla setta.

La stessa Beatrice, che, unanimemente o quasi, è considerata il grande amore di Dante, fin dalla sua tenera età di nove anni (il che, fra le altre incongruenze, non spiegherebbe perché ella sia potuta andare sposa ad altro uomo e lui ad altra donna), così deve essere intesa, come esattamente si è espresso Giosuè Carducci in un punto di Juvenilia:

Voi mi cercate indarno

Nei vostri augusti lari,

Non Bice Portinari – io son l’idea.

La conferenza che avevo predisposto finiva qui. Ma un recentissimo episodio mi ha indotto ad aggiungere la seguente piccola nota.

Qualcuno dei presenti, se ha visto la puntata dello scorso giovedì del Festival di San Remo, quella dedicata al 150° anniversario dell’unità d’Italia, avrà certamente captato la citazione di Roberto Benigni sulla nascita della bandiera italiana, da lui attribuita a Dante, il quale riferirebbe i tre colori che la compongono alla immagine di Beatrice (che abbiamo già identificato con la “sapienza”).

Nel 30° canto del Purgatorio, laddove il compito di guidare il Poeta nel suo viaggio ultraterreno deve passare, per ovvi motivi, da Virgilio a Beatrice, quest’ultima gli appare così acconciata:

“Sopra candido vel cinta d’uliva

Donna m’apparve sotto verde manto,

Vestita di color di fiamma viva.”

Troviamo in questa descrizione ancora un simbolismo importante: quello delle tre virtù teologali.

Il bianco si riferisce, infatti, alla Fede, il verde alla Speranza, il rosso alla Carità.

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